L’arcivescovo Gambelli: «Ascoltare le persone LGBT+». E cita la fede di una coppia di donne

L’arcivescovo di Firenze Gherardo Gambelli invita la Chiesa ad ascoltare direttamente le persone omoaffettive e transgender, a superare paure e stereotipi e a evitare interpretazioni parziali o fondamentaliste delle Scritture. Nel suo intervento al primo convegno nazionale sulle buone pratiche pastorali LGBT+ ha indicato anche una coppia di donne come testimonianza concreta di attenzione al prossimo e fedeltà al Vangelo. Un’apertura pastorale significativa, che tuttavia non coincide con un cambiamento della dottrina cattolica sulle relazioni tra persone dello stesso sesso.

Una coppia di donne capace di vivere una profonda attenzione verso il prossimo e una fede cristiana che suscita stupore in chi la incontra.

A citarla come esempio non è un’associazione LGBT+, né un gruppo di cristiani queer, ma Gherardo Gambelli, arcivescovo di Firenze.

È uno dei passaggi più significativi dell’intervento pronunciato il 4 settembre 2026 a Roma, nella Curia generalizia della Compagnia di Gesù, durante il primo Convegno nazionale degli operatori di pastorale dedicato alle “Buone pratiche di pastorale con persone omoaffettive e transgender”. Il testo dell’intervento è stato pubblicato integralmente il giorno successivo da Progetto Gionata.

Le parole di Gambelli non modificano la dottrina cattolica e non affrontano matrimonio egualitario, riconoscimento giuridico delle famiglie omogenitoriali o altri temi legislativi.

Ma segnano comunque un passaggio da osservare con attenzione.

Perché il punto di partenza scelto dall’arcivescovo non è quello della condanna o della classificazione morale delle persone LGBT+. È quello dell’ascolto delle loro vite.

«La realtà è più importante dell’idea»

Gambelli costruisce il proprio intervento intorno al concetto di discernimento.

Richiamando gli Atti degli Apostoli e il racconto dell’apertura della prima comunità cristiana verso persone che inizialmente venivano considerate esterne, l’arcivescovo applica quella dinamica all’esperienza pastorale maturata nella diocesi di Firenze.

Uno dei primi criteri indicati è il cosiddetto “criterio di realtà”.

Discernere, sostiene Gambelli, significa cercare risposte a problemi reali partendo dalle esperienze concrete e non da costruzioni puramente teoriche.

È un principio che acquista un peso particolare quando viene applicato alle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender.

Per molto tempo, infatti, il confronto ecclesiale sull’omosessualità e sulle identità trans è stato costruito prevalentemente attraverso categorie dottrinali, documenti e definizioni elaborate senza che le persone direttamente interessate avessero necessariamente voce nel processo.

L’approccio descritto dall’arcivescovo fiorentino prova invece a rovesciare questa dinamica: prima di parlare delle persone LGBT+, bisogna ascoltarle.

Kairòs e gli stereotipi caduti attraverso l’incontro

Un ruolo importante nel percorso fiorentino è stato svolto da Kairòs, gruppo di cristiane e cristiani LGBTQ+ attivo da anni nel territorio.

Gambelli racconta che durante la fase di ascolto del cammino sinodale alcune persone del gruppo hanno potuto offrire direttamente la propria testimonianza.

E ne descrive l’effetto con parole molto chiare: quell’ascolto ha contribuito a far diminuire progressivamente pregiudizi, paure, riserve e stereotipi.

Non è un dettaglio secondario.

La persona LGBT+, in questo modello pastorale, non appare più soltanto come destinataria dell’intervento della Chiesa. Diventa interlocutrice della comunità ecclesiale e la sua esperienza personale può modificare lo sguardo di chi la ascolta.

«Assumere lo sguardo delle vittime»

Ancora più esplicito è un altro criterio proposto da Gambelli: quello della narrazione.

L’arcivescovo parla della necessità di “assumere lo sguardo delle vittime”.

Nel contesto di un convegno dedicato alle persone omoaffettive e transgender, l’espressione inevitabilmente richiama tutte quelle esperienze di esclusione, paura e sofferenza che possono nascere anche all’interno degli ambienti religiosi.

Non significa, nel testo di Gambelli, sostenere che ogni persona LGBT+ debba essere automaticamente considerata vittima.

Significa però riconoscere che un autentico discernimento ecclesiale non può ignorare la prospettiva di chi ha sperimentato emarginazione o giudizio.

Ed è qui che l’arcivescovo introduce un altro punto importante: anche le Scritture devono essere interpretate con strumenti adeguati.

Richiamando il Documento finale del Sinodo, Gambelli sottolinea infatti la necessità di un’esegesi capace di evitare interpretazioni “parziali o fondamentalistiche” dei testi biblici.

Un’affermazione particolarmente rilevante se si considera quanto spesso singoli versetti della Bibbia siano stati utilizzati, anche fuori dai contesti ecclesiali, per giustificare discriminazioni verso persone omosessuali o transgender.

Genitori che scoprono che i propri figli non sono «scomunicati o eretici»

Il discorso dell’arcivescovo non rimane sul piano teorico.

Gambelli racconta gli effetti degli incontri formativi organizzati nella diocesi di Firenze, ai quali hanno partecipato sacerdoti, diaconi, seminaristi, religiosi e religiose.

Parla anche delle famiglie.

In particolare descrive il sollievo provato da alcuni genitori quando, incontrando altre famiglie con figli omoaffettivi o transgender, comprendono di non essere genitori di persone “scomunicate o eretiche”.

È una frase che racconta indirettamente quanto possa essere ancora profonda la distanza tra alcune famiglie cattoliche e una conoscenza reale della condizione LGBT+.

Il coming out di una figlia o di un figlio può essere percepito, in determinati ambienti, non solo come un passaggio familiare complesso ma addirittura come una frattura religiosa.

La pastorale descritta da Gambelli prova a intervenire esattamente su quella paura.

La coppia di donne che sorprende per la propria fede

Poi arriva uno dei passaggi più forti dell’intervento.

L’arcivescovo racconta di avere in mente, in particolare, una coppia di donne.

Non ne rivela l’identità e non entra nei dettagli della loro relazione.

Ciò che decide di mettere in evidenza è un altro aspetto: la loro vita cristiana.

Gambelli parla di una coppia caratterizzata da una grande attenzione verso il prossimo e da una “fedele adesione al Vangelo”, capace di suscitare stupore nelle persone che la incontrano.

Poi aggiunge che il cristianesimo e le buone pratiche crescono per attrazione.

Il significato pastorale del passaggio è difficile da ignorare.

Due donne che formano una coppia non vengono utilizzate come esempio di errore da correggere, di situazione problematica da analizzare o di distanza rispetto all’insegnamento ecclesiale.

Vengono nominate per la loro testimonianza evangelica.

Non è un riconoscimento del matrimonio tra persone dello stesso sesso e non equivale a una revisione della morale sessuale cattolica.

Ma è comunque una rappresentazione profondamente diversa da quella che per decenni ha dominato buona parte della comunicazione ecclesiastica sull’omosessualità.

Persone LGBT+ come parte della Chiesa, non come problema esterno

L’intervento di Gambelli sembra soprattutto suggerire un cambiamento nel punto di osservazione.

Le persone LGBT+ non vengono collocate fuori dalla comunità cristiana, come un fenomeno esterno sul quale la Chiesa debba elaborare una posizione.

Sono già dentro.

Partecipano alle comunità, pregano, vivono la fede, crescono figli, accompagnano genitori, svolgono attività di volontariato, possono essere sacerdoti, religiosi o religiose e possono contribuire al discernimento ecclesiale.

È una differenza culturale importante.

Durante il convegno romano erano presenti quasi duecento operatori pastorali provenienti da diverse diocesi italiane e circa una decina di vescovi, secondo il resoconto di Progetto Gionata. Il dato mostra che queste esperienze non sono più circoscritte a piccolissimi gruppi informali, ma stanno entrando in una riflessione ecclesiale più ampia.

Chi è Gherardo Gambelli

Gambelli guida l’Arcidiocesi di Firenze dal 2024.

Nato a Viareggio nel 1969, è stato ordinato sacerdote nel 1996 e ha conseguito un dottorato in Teologia Biblica. Per oltre un decennio ha svolto attività missionaria in Ciad, prima nell’arcidiocesi di N’Djamena e successivamente nel Vicariato apostolico di Mongo.

Papa Francesco lo ha nominato arcivescovo di Firenze nell’aprile 2024; è stato ordinato vescovo il 24 giugno dello stesso anno. Attualmente è anche vicepresidente vicario della Conferenza episcopale toscana.

Il suo background biblico aiuta anche a comprendere l’impostazione scelta per l’intervento di Roma: non un discorso costruito contro le Scritture, ma un tentativo di interpretarle partendo dall’esperienza della prima comunità cristiana e dalla necessità di comprendere ciò che accade concretamente nella vita delle persone.

Un’apertura pastorale, non una rivoluzione dottrinale

È importante però non attribuire alle parole dell’arcivescovo significati che non hanno.

Gambelli non afferma che la dottrina cattolica sulle relazioni omosessuali sia cambiata.

Non sostiene il matrimonio egualitario.

Non affronta il riconoscimento civile delle famiglie omogenitoriali.

Non prende posizione sui percorsi medici di affermazione di genere delle persone transgender.

E non propone una riforma del Catechismo.

Il suo intervento si muove sul terreno pastorale e sinodale: ascoltare, conoscere, accompagnare, evitare letture fondamentaliste, partire dalla realtà e valutare anche i frutti prodotti dall’incontro.

È proprio mantenendo questa distinzione che emerge meglio la novità delle sue parole.

Non siamo davanti a una rivoluzione dottrinale.

Siamo però davanti a un arcivescovo che, parlando pubblicamente a operatori pastorali, riconosce che l’incontro con cristiane e cristiani LGBT+ può aiutare la Chiesa a liberarsi dai propri stereotipi.

E che arriva a indicare una coppia di donne non come una questione morale da risolvere, ma come una realtà capace di mostrare agli altri qualcosa del Vangelo.

Il punto non è soltanto essere accolti

Per LGBT World esiste infine una distinzione necessaria.

L’accoglienza pastorale rappresenta certamente un progresso rispetto all’esclusione, soprattutto per quelle persone LGBT+ che desiderano vivere pienamente la propria fede cristiana.

Ma accoglienza e piena uguaglianza non sono sinonimi.

Una persona lesbica può essere riconosciuta come cristiana esemplare e continuare, contemporaneamente, a non vedere la propria relazione riconosciuta allo stesso modo di una coppia eterosessuale all’interno della Chiesa.

Una persona transgender può essere ascoltata pastoralmente senza che questo risolva automaticamente tutte le questioni legate al riconoscimento della sua identità negli ambienti ecclesiali.

Questa tensione rimane.

Eppure le parole pronunciate a Roma da Gherardo Gambelli indicano qualcosa che, dentro il mondo cattolico italiano, non può essere liquidato come irrilevante.

Prima delle categorie, delle paure e dei giudizi, l’arcivescovo propone di guardare alle vite.

E una di quelle vite che ha scelto di raccontare è quella di due donne che si amano e che, secondo la sua testimonianza, riescono a rendere visibile il Vangelo attraverso il modo in cui si prendono cura degli altri.

Per una Chiesa che sta ancora cercando il linguaggio con cui parlare delle persone LGBT+, non è poco.

 

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