Non ho mai pensato che a cinquantatré anni potessi ricominciare davvero. Eppure, eccomi qui, tra le vie ventose di Trieste, in una piccola libreria affacciata su piazza della Borsa, con le mani che sfogliano pagine e il cuore che impara una lingua nuova: quella della sincerità con me stesso.
Fino a pochi anni fa la mia vita era diversa. Vivevo in provincia, un matrimonio lungo vent’anni, una figlia ormai adulta e un lavoro in un’agenzia assicurativa che non mi dava alcuna soddisfazione. Il mio coming out? Non era mai esistito, neppure nella mia testa. Mi ero adattato, come si fa spesso: rinunciando, silenziando parti di me con la scusa del dovere, della normalità, del “così fan tutti”. Ma certe verità, prima o poi, bussano più forte.
La separazione dalla mia ex moglie è avvenuta senza grandi litigi. Era come se entrambi sapessimo, senza pronunciarlo, che avevamo dato tutto ciò che potevamo. Il vero terremoto, però, è arrivato dopo: la solitudine improvvisa, la paura del giudizio, il senso di aver sprecato anni preziosi. Per mesi mi sono rifugiato nei soliti gesti: caffè solitari, serie tv guardate a metà, pile di libri iniziati e mai finiti. Mi sembrava che la mia vita scorresse come le nuvole rapide sopra il Carso, senza mai fermarsi davvero.
Poi, un giorno, mi sono trovato davanti alla vetrina della libreria di Bruno. Era una mattina di bora, la città sembrava inghiottita dal vento, e io mi sono fermato quasi per caso, attratto dal calore che trapelava dalle luci soffuse e dal profumo di carta stampata. Bruno, il libraio, mi ha accolto senza domande, con un sorriso gentile e un caffè caldo offerto senza troppe parole. Ho iniziato a lavorare lì part-time, all’inizio solo qualche ora per sistemare gli scaffali, poi sempre di più, trascinato dall’odore dei libri e dalle storie che la gente si portava dietro.
Con Bruno è nata una di quelle amicizie che non hanno età, fatta di silenzi comodi e battute scambiate tra uno scaffale e l’altro. Lui era più giovane di me, con un passato rumoroso e una risata facile. Mi ha insegnato a riconoscere i clienti solo dal modo in cui sfiorano le copertine, e a non temere il silenzio tra una frase e l’altra. È stato lui a propormi di prendere in mano la piccola sezione di libri usati: “Hai l’occhio giusto, Paolo. E poi, la gente si fida di chi ha letto molto nella vita, anche se non lo dice”.
Un pomeriggio di primavera, durante una delle nostre consuete chiacchierate tra una consegna e l’altra, mi sono ritrovato a parlare di me più di quanto avessi mai fatto. Gli ho detto che mi sentivo ancora “in cerca”, che avevo l’impressione di essere arrivato tardi a tutto. Lui mi ha guardato e ha sorriso: “La vita è lunga, Paolo. C’è sempre una seconda occasione”. Non so perché, ma quella frase mi ha dato il coraggio di ascoltarmi davvero.
Non è stato un coming out da film. Piuttosto, una serie di piccoli gesti. La prima volta che ho detto ad alta voce “sono pansessuale” è stata davanti allo specchio, la voce tremante e un senso di stranezza familiare. Poco dopo, l’ho confidato a mia figlia, che mi ha abbracciato senza esitazione. “Papà, l’importante è che tu sia felice. E io sono orgogliosa di te”, mi ha detto, occhi lucidi e sorriso audace. Quel momento mi ha dato una forza che non sapevo di avere.
Dopo mesi, ho trovato il coraggio di parlare anche al gruppo di amici della libreria. Tra loro c’era Anna, una cliente fissa che si è rivelata la mia più inaspettata confidente. Anna ha i capelli corti e la risata contagiosa; ama i romanzi storici e ha una pazienza infinita con le persone. Un pomeriggio, tra un libro di poesie e una cioccolata calda, mi ha detto: “Non devi spiegare niente a nessuno, Paolo. Ma se vuoi parlare, io ascolto”. Da allora, le nostre passeggiate sul molo sono diventate una consuetudine. Anna ogni tanto mi porta la focaccia dal panificio sotto casa, e insieme ci sediamo a guardare le navi che partono e arrivano, parlando di tutto e di niente.
Essere pansessuale a cinquant’anni passati non era una cosa che avessi mai sentito raccontare. Spesso mi chiedevo: sono fuori tempo massimo? Ma la verità è che la voglia di vivere non ha età, e la libertà di essere se stessi arriva quando siamo pronti. Ho iniziato a frequentare eventi LGBTQIA+ di Trieste, timido all’inizio, poi sempre più curioso. Ho conosciuto persone di ogni età e orientamento, ciascuna con la propria storia, le proprie paure e i propri sogni. Ricordo la prima volta che ho partecipato a un incontro presso un caffè storico: c’erano ragazzi giovanissimi e donne anziane, tutti seduti insieme a parlare di diritti e di letteratura, e io mi sono sentito parte di qualcosa, finalmente.
Certo, qualche difficoltà non è mancata. Con alcuni colleghi del passato i rapporti si sono raffreddati, qualcuno della mia vecchia cerchia ha smesso di chiamarmi. All’inizio ci sono rimasto male, ma col tempo ho imparato che non tutti sono pronti ad accettare i cambiamenti degli altri. Ho anche trovato nuovi amici, piccoli gruppi che si incontrano per leggere insieme o per passeggiare lungo il canale, e in loro ho scoperto una gentilezza che non conoscevo.
La mia ex moglie, dopo un primo momento di sorpresa, mi ha scritto una lettera piena di affetto. “Sei stato il mio compagno migliore, anche con i tuoi silenzi. Ora spero tu sia finalmente felice”, diceva. Quella lettera la tengo ancora tra le pagine di un romanzo di Magris. A volte la rileggo, e mi sento grato per tutto ciò che abbiamo vissuto, anche per le cose che non siamo riusciti a dirci prima.
La quotidianità a Trieste ha iniziato ad avere un sapore nuovo. La mattina esco presto, spesso prima che la città si svegli del tutto, e cammino lungo il mare per arrivare in libreria. Mi piace fermarmi al bar all’angolo per il primo caffè, ascoltando le chiacchiere dei vecchi del quartiere. In libreria le giornate scorrono fatte di piccoli gesti: consigliare un libro a uno studente spaesato, ascoltare le storie di chi passa per caso, ridere con Bruno dei nostri clienti stravaganti. Ogni tanto, quando la bora soffia più forte, ci rifugiamo tutti insieme dietro il bancone, tra una risata e una tazza di tè caldo.
Con il tempo ho imparato a non abbassare più lo sguardo. Ho iniziato a prendermi cura di me: ho ripreso a correre, a cucinare piatti semplici ma buoni, a scrivere pensieri sparsi su un quaderno che tengo accanto al letto. Anna mi sprona a non chiudermi, Bruno mi invita a serate di letture condivise. Ho scoperto che la compagnia più bella è quella delle persone che ti fanno sentire accolto così come sei.
La sera, spesso, mi fermo sul molo quando il sole cala dietro il profilo delle colline. Osservo le luci che si riflettono sull’acqua, le barche che ondeggiano leggere, il profumo del mare che si mescola a quello del caffè ancora caldo nei termos che Anna insiste a portare. È in quei momenti che sento davvero di appartenere a questa città, con le sue contraddizioni e la sua bellezza discreta.
Non so cosa riserverà il futuro. Forse un nuovo amore, o forse solo nuove amicizie. Ma so che finalmente la mia storia è mia, senza compromessi. E se qualcuno che legge si sente “fuori tempo massimo”, vorrei dirgli che non è mai troppo tardi per essere felici. La seconda occasione può arrivare quando meno te l’aspetti, magari tra i libri e il profumo del mare di Trieste.
Oggi il tempo scorre più lieve. Mi sento ancora in cammino, ma per la prima volta la strada mi appartiene. Ho imparato che la felicità non è un traguardo, ma il coraggio di camminare ogni giorno verso chi siamo davvero. E in questa città dai mille venti, la mia seconda occasione ha il sapore della libertà.

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