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La raccolta firme punta ad abrogare la legge 104/2026 sul consenso informato nelle scuole. Il quesito è stato depositato in Cassazione il 28 luglio e pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Al centro dello scontro ci sono autonomia scolastica, sessualità, prevenzione e diritto di studenti e studentesse a un’educazione inclusiva. Ma una vittoria del Sì non renderebbe automaticamente obbligatoria l’educazione sessuale nelle scuole italiane.
La battaglia sull’educazione sessuale e affettiva nelle scuole italiane entra in una nuova fase. Non più soltanto discussioni parlamentari, appelli di associazioni e contrapposizioni politiche: da agosto è possibile sottoscrivere la richiesta di referendum abrogativo contro la legge 9 giugno 2026, n. 104, quella che ha introdotto nuove regole sul consenso informato preventivo per le attività scolastiche riguardanti la sessualità.
L’iniziativa si chiama “Sì Educazione Affettiva nelle scuole” ed è promossa da un comitato di dodici cittadini. La richiesta referendaria è stata formalizzata davanti alla Corte di Cassazione il 28 luglio 2026 e il relativo annuncio è apparso sulla Gazzetta Ufficiale n. 174 del 29 luglio. Non si tratta quindi soltanto di una campagna politica o associativa: l’iter referendario è formalmente partito.
Il quesito chiede agli elettori se vogliono abrogare integralmente la legge 104/2026, recante “Disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico”. Per arrivare alla fase successiva serviranno almeno 500mila firme di elettori, come previsto dall’articolo 75 della Costituzione e dalla normativa sui referendum.
Cosa prevede davvero la legge 104/2026
La legge entrata in vigore il 7 luglio 2026 è diventata uno dei provvedimenti più controversi della politica scolastica del governo Meloni.
Il punto centrale è l’introduzione del consenso informato preventivo dei genitori — o direttamente dello studente se maggiorenne — per la partecipazione a determinate attività scolastiche che riguardino temi “attinenti all’ambito della sessualità”.
Prima di acquisire il consenso, la scuola deve inoltre rendere disponibile il materiale didattico che intende utilizzare. Per le attività extracurricolari la richiesta deve specificare finalità, contenuti, modalità di svolgimento ed eventuale presenza di esperti o associazioni esterne.
In caso di mancata adesione, lo studente non partecipa all’attività; quando si tratta di iniziative di ampliamento dell’offerta formativa, la scuola deve predisporre attività alternative.
Per la scuola dell’infanzia e la scuola primaria la legge stabilisce invece l’esclusione delle attività didattiche, progettuali o di altro tipo aventi per oggetto temi attinenti alla sessualità.
Ed è proprio quest’ultimo punto, insieme al potere attribuito al consenso familiare negli altri gradi scolastici, a essere diventato il cuore della contestazione.
Una precisazione necessaria: sessualità e affettività non sono la stessa cosa
Nel dibattito pubblico si parla frequentemente di “divieto dell’educazione sessuo-affettiva”. La formula restituisce la sostanza dello scontro politico, ma richiede una precisazione giornalistica.
Il testo della legge 104 utilizza infatti l’espressione “temi attinenti all’ambito della sessualità” e non introduce un divieto generale di parlare a scuola di emozioni, relazioni, rispetto o affettività.
Anche l’Associazione nazionale dirigenti pubblici e alte professionalità della scuola, analizzando il provvedimento dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, ha sottolineato che l’educazione affettiva e quella sessuale di carattere biologico non vengono semplicemente cancellate: la prima continua a trovare spazio nel quadro delle Indicazioni nazionali, mentre gli aspetti biologici della sessualità rimangono nei normali contenuti disciplinari.
La questione è quindi più complessa di uno slogan.
Ciò che cambia profondamente è lo spazio entro il quale le scuole possono organizzare percorsi specifici sulla sessualità, soprattutto quando entrano in gioco prevenzione, consenso, relazioni, orientamenti sessuali, identità e differenze.
Ed è precisamente questo spazio che i promotori del referendum vogliono riaprire.
Cosa chiede il referendum
Il quesito pubblicato dal comitato non lascia spazio ad ambiguità: viene richiesta l’abrogazione dell’intera legge 104.
Il comitato “Sì Educazione Affettiva nelle scuole” sostiene che la normativa ostacoli eccessivamente la didattica, impedisca interventi adeguati all’età nella scuola primaria e dell’infanzia e produca nelle scuole secondarie un sistema nel quale alcune persone possono essere escluse dalle attività a causa della mancata autorizzazione familiare.
Tra i promotori figurano Fabrizio Marrazzo, Marina Zela, Eliodoro Belmare, Giovanna Cremona, Alessandra Feola, Giampiero Guidotti, Cristiano Ceriello, Stefano Ladarola, Elona Nderjaku, Andrea Vania, Polidoro Zeray Jordanos e Lucia Fusco.
La campagna ha scelto un messaggio politico molto chiaro: restituire maggiore autonomia alle scuole e fare dell’educazione sessuale e affettiva uno strumento di prevenzione, consapevolezza e inclusione.
Radio Pride, annunciando l’avvio della raccolta firme il 7 agosto, ha sintetizzato questa mobilitazione con l’espressione “Riprendiamoci il futuro”, collegandola alla difesa della scuola pubblica, alla prevenzione della violenza di genere e alla tutela delle differenze.
Se vincesse il Sì, l’educazione sessuale diventerebbe obbligatoria?
No. Ed è uno degli aspetti più importanti da chiarire.
Il referendum è abrogativo. Può cancellare una legge, non scriverne automaticamente un’altra che introduca un programma nazionale obbligatorio di educazione sessuale e affettiva.
Se il referendum superasse tutte le fasi previste dall’ordinamento e al voto prevalesse il Sì con il quorum richiesto dalla Costituzione, verrebbero meno i vincoli introdotti dalla legge 104/2026.
Questo restituirebbe alle scuole un margine maggiore nell’organizzazione delle proprie attività, ma non trasformerebbe automaticamente l’educazione sessuo-affettiva in una nuova materia obbligatoria nazionale.
È una differenza sostanziale.
La campagna referendaria non decide quale programma dovrà essere studiato, quante ore dovranno essere svolte o quali professionisti dovranno entrare nelle classi. Chiede prima di tutto di cancellare il quadro restrittivo introdotto nel 2026.
Perché questa battaglia riguarda anche le persone LGBTQIA+
Dietro formule apparentemente tecniche come “consenso informato”, “PTOF” e “attività extracurricolari” si nasconde una questione politica molto più ampia: chi può accedere alle informazioni necessarie per comprendere il proprio corpo, le relazioni, il consenso e le differenze?
Per una ragazza lesbica, un ragazzo gay, una persona bisessuale o transgender, la scuola può essere uno dei pochissimi luoghi nei quali incontrare informazioni che non siano filtrate dal pregiudizio, dai social network o dal silenzio familiare.
Non tutte le famiglie dispongono degli stessi strumenti. Non tutte sono disponibili a parlare di orientamento sessuale, identità di genere, contraccezione, infezioni sessualmente trasmissibili, consenso o violenza nelle relazioni.
E proprio qui il diritto dei genitori a essere informati incontra una questione più difficile: il diritto delle persone minorenni ad avere accesso a conoscenze utili alla propria salute e alla propria sicurezza.
Ridurre il problema alla caricatura della cosiddetta “ideologia gender” significa evitare il punto essenziale.
Educare al consenso significa insegnare che un no deve essere rispettato.
Parlare delle differenze significa spiegare che essere gay, lesbica, bisessuale o transgender non rende una persona inferiore.
Affrontare stereotipi e ruoli di genere significa fornire strumenti per riconoscere relazioni violente e modelli di controllo.
Fare educazione sessuale significa anche parlare di prevenzione, salute e responsabilità.
Nulla di questo impone un orientamento sessuale o un’identità di genere. Al contrario, permette alle persone giovani di riconoscere sé stesse e gli altri senza dover affidare la propria formazione esclusivamente ad algoritmi, pornografia online, stereotipi e disinformazione.
Una scuola inclusiva non dovrebbe dipendere dal codice postale
La vera fragilità italiana precede persino la legge Valditara.
L’Italia non dispone infatti di un sistema nazionale organico e uniforme di educazione sessuale e affettiva paragonabile a quello adottato in diversi altri Paesi europei. I percorsi dipendono molto dalla sensibilità degli istituti, dai territori, dagli insegnanti, dalle amministrazioni locali e dalla presenza di consultori e associazioni.
Il risultato è una geografia fortemente diseguale.
Una studentessa può frequentare una scuola nella quale esistono incontri con psicologi, consultori ed esperti; poche decine di chilometri più lontano un suo coetaneo può concludere l’intero percorso scolastico senza avere mai affrontato seriamente il consenso, la prevenzione delle infezioni sessualmente trasmissibili o l’omotransfobia.
Il referendum non risolverebbe da solo questa disuguaglianza.
Potrebbe però eliminare una serie di vincoli che, secondo i promotori, rischiano di amplificarla ulteriormente.
Le 500mila firme sono soltanto il primo ostacolo
La raccolta digitale è già accessibile attraverso la piattaforma pubblica dedicata alle iniziative referendarie, utilizzando sistemi di identificazione come SPID o Carta d’identità elettronica. Il comitato ha pubblicato anche una guida per accompagnare gli elettori nella procedura online.
Raggiungere le firme necessarie non significa però aver già vinto il referendum.
Dopo la raccolta entreranno in gioco i controlli previsti dall’ordinamento e, successivamente, l’ammissibilità costituzionale. Soltanto superati questi passaggi si potrà eventualmente arrivare alle urne.
E anche allora servirà affrontare la sfida più difficile dei referendum abrogativi italiani: il quorum.
Per questo la campagna che parte oggi non riguarda soltanto una legge scolastica. Sarà anche un test politico sulla capacità di trasformare un tema spesso confinato alle discussioni tra specialisti, associazioni e partiti in una mobilitazione nazionale.
Riprendersi il futuro significa anche decidere quale scuola vogliamo
Il referendum apre una domanda che va oltre Giuseppe Valditara e oltre l’attuale maggioranza parlamentare.
Qual è il compito della scuola quando una ragazza o un ragazzo deve imparare a riconoscere il consenso? Quando assiste a un episodio di omofobia? Quando non sa a chi chiedere informazioni sulla propria sessualità? Quando sente di avere un’identità diversa da quella che gli altri danno per scontata?
Possiamo continuare a immaginare questi temi come qualcosa da tenere fuori dalle aule.
Ma tenerli fuori dalla scuola non significa farli scomparire.
Significa lasciare che siano altri luoghi a occuparsene: social network, pornografia, influencer, gruppi di pari, pregiudizi familiari e disinformazione.
La scuola pubblica dovrebbe invece avere un compito diverso: fornire strumenti, conoscenze e capacità critica.
Naturalmente con linguaggi appropriati all’età, personale competente e informazioni trasparenti alle famiglie.
Ma senza trasformare il diritto all’informazione e alla prevenzione in un privilegio concesso soltanto a chi nasce nella famiglia giusta, frequenta la scuola giusta o vive nella città giusta.
È questo il terreno politico sul quale si giocherà la raccolta delle 500mila firme.
E forse è proprio qui che acquista senso lo slogan scelto per raccontarla: riprendersi il futuro significa anche decidere che cosa vogliamo insegnare alle generazioni che dovranno viverlo.

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