Dolly Parton è morta a 80 anni: la leggenda country che non ha mai voltato le spalle alla comunità LGBTQ+

La morte di Dolly Parton, annunciata il 25 agosto 2026, chiude una stagione della cultura popolare americana che ha attraversato musica, cinema, televisione, filantropia e immaginario collettivo. Ma per la comunità LGBTQ+ la sua scomparsa non è soltanto la fine di una carriera irripetibile: è anche l’addio a una figura che, dentro un ambiente spesso conservatore come quello della country music, ha scelto per decenni di non prendere le distanze dalle persone queer, dalle famiglie omogenitoriali, dalle drag queen e dalle persone transgender.

Secondo l’Associated Press, Parton è morta a 80 anni a Nashville dopo una breve malattia oncologica. Con lei se ne va una delle artiste più popolari della musica statunitense, capace di vendere oltre 100 milioni di dischi, di costruire un impero culturale e imprenditoriale, e di diventare un simbolo trasversale, amato ben oltre il pubblico country. Ma se l’America la piange come star nazionale, una parte importante del lutto arriva anche dal mondo LGBTQ+, che da anni la considera a pieno titolo una “gay icon”.

Un’alleata senza fanfare

Dolly Parton non ha mai costruito la propria immagine pubblica come attivista in senso classico. Non è stata una celebrità da slogan o da campagne permanenti. Eppure, proprio questa sua postura ha reso il suo sostegno ancora più significativo. Nel 2014, parlando dei suoi fan gay e delle polemiche religiose attorno a Dollywood, rispose in modo netto: “Se le persone vogliono giudicare, stanno già peccando. Io cerco di voler bene a tutti”. Era una frase semplice, ma in quel contesto culturale suonava come una presa di posizione precisa: la fede non poteva diventare un’arma contro le persone LGBTQ+.

Anche sul matrimonio egualitario Parton non si nascose. Già nel 2009 dichiarava che le coppie gay avrebbero dovuto potersi sposare, con il suo stile ironico e popolare: “Certo, perché no? Dovrebbero soffrire come tutti noi”. Una battuta, sì, ma anche un modo disarmante per sostenere un principio di uguaglianza in un momento in cui una parte consistente dell’industria country e del Sud conservatore continuava a guardare con ostilità alle rivendicazioni LGBTQ+.

Dalle persone trans alle drag queen: una vicinanza concreta

Negli anni successivi Dolly Parton ha esteso con chiarezza questa apertura anche alle persone transgender. Nel pieno delle polemiche sulle leggi anti-trans, come la “bathroom bill” della North Carolina, ribadì che tutte le persone devono essere trattate con rispetto e che ognuna dovrebbe avere la possibilità di essere ciò che è. Non era militanza di facciata: era una forma di riconoscimento pubblico, pronunciata da una delle donne più famose d’America in un momento in cui l’attacco alle persone trans stava diventando un asse politico sempre più esplicito.

Lo stesso vale per il rapporto, spesso affettuoso e giocoso, che Parton ha costruito con la cultura drag. Per anni ha accolto con naturalezza il fatto che centinaia di drag queen si ispirassero alla sua immagine, ai suoi capelli, ai suoi abiti, alla sua esagerazione scenica. In più occasioni ha persino dedicato “Jolene” alle drag queen presenti tra il pubblico, mentre nel 2018 arrivò a cantarne una versione modificata — “Drag Queen” al posto di “Jolene” — proprio come omaggio ai suoi fan gay. Un gesto pop, leggero, ma tutt’altro che irrilevante: riconosceva la drag culture non come caricatura esterna, bensì come parte viva del suo universo artistico.

“Took a risk”: il ricordo di Brandi Carlile

Tra le reazioni più significative alla sua morte c’è quella di Brandi Carlile, che ha ricordato come Dolly Parton “si sia assunta un rischio” nell’accogliere apertamente artiste e artisti gay in un ambiente che non sempre lo rendeva facile. Il passaggio è importante, perché rompe una narrazione troppo comoda: oggi è facile celebrare l’inclusione di Parton, ma per molti anni quella stessa inclusione non era affatto neutrale dentro il country business. Accettare, difendere, normalizzare la presenza queer significava anche esporsi a critiche da parte di un pubblico più tradizionalista.

In questo senso, Parton ha rappresentato qualcosa di raro: una figura profondamente radicata nell’America del Sud, nella spiritualità popolare e nell’estetica country che, invece di assecondare la paura del diverso, ha scelto una grammatica di accoglienza. Non necessariamente radicale nei toni, ma radicale negli effetti. Per molte persone LGBTQ+ cresciute in ambienti religiosi o conservatori, il suo messaggio è stato comprensibile proprio perché arrivava dall’interno di quel mondo, non da fuori.

Perché Dolly Parton conta così tanto per il pubblico queer

Le icone queer non nascono soltanto dal talento, dai costumi o dall’esagerazione scenica, anche se Dolly Parton possedeva tutto questo in abbondanza. Nascono soprattutto dalla capacità di restituire riconoscimento. Parton lo ha fatto in molti modi: difendendo il diritto a non essere giudicati, sostenendo il matrimonio egualitario, opponendosi alle restrizioni contro le persone trans, accogliendo la cultura drag, ribadendo che a Dollywood tutte le famiglie devono sentirsi benvenute. Quando, anni fa, una visitatrice lesbica denunciò di essere stata costretta a nascondere una maglietta pro-matrimonio egualitario nel parco, Parton intervenne pubblicamente ricordando il proprio sostegno alla comunità gay e lesbica e promettendo verifiche. Anche questo dettaglio aiuta a capire la differenza tra simpatia generica e responsabilità reale.

La sua grandezza, insomma, non consisteva soltanto nell’essere “amata dai gay”, formula riduttiva che spesso svuota il rapporto tra celebrità e comunità queer. Dolly Parton era amata perché ricambiava quell’amore. E lo faceva con il linguaggio che le era proprio: l’umorismo, la dolcezza, l’ostinazione, la capacità di non trasformare mai l’accoglienza in una concessione paternalistica. Per questo oggi la sua morte non viene letta soltanto come la perdita di una superstar, ma come quella di una presenza rassicurante e politica al tempo stesso.

Un’eredità che va oltre la nostalgia

Nel clima attuale, segnato negli Stati Uniti da nuove offensive contro i diritti trans, contro la visibilità queer e contro ogni idea inclusiva di scuola, famiglia e spazio pubblico, l’eredità di Dolly Parton acquista un peso ancora più netto. La sua figura dimostra che anche nei territori culturalmente più contesi è possibile parlare a un pubblico vastissimo senza sacrificare il rispetto per le persone LGBTQ+. Non era una teorica del movimento, ma è stata una alleata concreta. E, a modo suo, profondamente politica.

Per questo il suo lascito non va archiviato nella nostalgia. Va letto come una lezione culturale: l’inclusione non è un accessorio dell’intrattenimento, ma un modo di stare al mondo. Dolly Parton lo ha fatto per decenni con la forza dei simboli popolari, portando con sé milioni di fan. Oggi che quella voce si è spenta, resta intatta una verità semplice: in un’America che troppe volte ha chiesto alle persone queer di nascondersi, Dolly Parton non ha mai chiesto loro di essere meno visibili, meno libere o meno se stesse.

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