Addio a Mirella Sandonnini, la pioniera che portò la prevenzione dell’HIV nelle piazze italiane

È morta il 19 agosto 2026, a 70 anni, Mirella Sandonnini, psicoterapeuta e figura storica del movimento LGBTQIA+ italiano. Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta partecipò alla segreteria nazionale di Arcigay, contribuì al percorso di Arcigay Donna e fu tra le protagoniste delle prime campagne di prevenzione dell’HIV portate direttamente nei luoghi di aggregazione.

Ci sono figure che attraversano la storia dei movimenti senza diventare necessariamente volti conosciuti dal grande pubblico. Mirella Sandonnini è stata una di queste.

Psicoterapeuta fiorentina, attivista lesbica e protagonista di una stagione decisiva della lotta italiana all’HIV, Sandonnini è morta il 19 agosto 2026 all’età di 70 anni, dopo una malattia. Le testimonianze pubblicate nei giorni successivi alla sua scomparsa ricostruiscono una traiettoria politica e professionale lunga quasi quarant’anni, intrecciata alla storia di Arcigay, del movimento lesbico e delle prime grandi campagne di prevenzione dell’AIDS in Italia.

Dall’attivismo lesbico alla nascita di Arcigay Donna

Alla fine degli anni Ottanta Sandonnini proveniva dall’esperienza di Mandorla, gruppo lesbico separatista attivo a Firenze e legato al femminismo.

Nel 1989 partecipò a un incontro tra militanti provenienti da diverse città italiane convocato per discutere la possibilità di costruire Arcigay Donna. Nina Peci, che la conobbe proprio in quella occasione e che sarebbe stata sua compagna per undici anni, ha ricordato come Sandonnini fosse tra le persone disponibili a cercare un terreno comune nonostante le forti differenze politiche presenti allora tra una parte del movimento lesbico e il movimento gay.

Era una fase in cui le identità e le strategie politiche del movimento LGBTQIA+ italiano erano ancora in piena costruzione. La crisi dell’AIDS, tuttavia, stava imponendo nuove alleanze e facendo emergere esigenze che riguardavano contemporaneamente salute, diritti, relazioni e riconoscimento delle persone affettivamente vicine.

La prevenzione dell’HIV e l’esperienza maturata in Svizzera

Uno dei contributi più importanti di Mirella Sandonnini riguardò proprio la prevenzione dell’HIV.

Franco Grillini, che lavorò con lei in Arcigay tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, ha ricordato la sua precedente esperienza nell’ambito dell’aiuto AIDS in Svizzera e la particolare competenza maturata nella comunicazione scientifica e nella prevenzione.

In un periodo in cui parlare pubblicamente di sesso sicuro e preservativi incontrava ancora fortissime resistenze, Sandonnini contribuì a portare nel movimento italiano un approccio diretto: informare senza moralismi, raggiungere le persone nei luoghi che frequentavano e accompagnare le campagne sanitarie con strumenti concreti di prevenzione.

Il “Camper dei valori” attraverso l’Italia

Da questa impostazione nacque una delle esperienze più significative di quegli anni: il “Camper dei valori”, partito nel febbraio del 1992.

Secondo la ricostruzione di Radio Pride, l’idea del camper fu proposta da Sandonnini e realizzata con il sostegno dell’Istituto superiore di sanità. Il mezzo attraversò l’Italia, dal Nord alle isole, portando nelle piazze e nei luoghi di aggregazione materiali informativi sulla prevenzione dell’HIV e distribuendo preservativi.

Grillini ha ricordato un’attività intensissima, fatta di decine di migliaia di chilometri percorsi per incontrare direttamente le persone.

Vista con gli occhi di oggi, distribuire profilattici e materiali informativi può sembrare una pratica ordinaria. All’inizio degli anni Novanta non lo era affatto. La paura dell’AIDS era enorme, le conoscenze scientifiche convivevano con stigma e disinformazione e la comunicazione pubblica sulla sessualità rimaneva spesso reticente.

Portare la prevenzione fuori dagli ambulatori significava quindi anche trasformare il linguaggio con cui si parlava di HIV.

Il test come percorso di informazione e sostegno

Il lavoro di Sandonnini non si limitava alla distribuzione di materiale preventivo.

Nina Peci ha raccontato come la psicoterapeuta sostenesse una concezione più ampia della prevenzione, nella quale il test HIV fosse accompagnato anche da ascolto e sostegno psicologico. Negli anni precedenti all’arrivo delle terapie antiretrovirali realmente efficaci, ricevere una diagnosi di sieropositività poteva infatti essere vissuto come una condanna.

Per questo il colloquio, l’accompagnamento e l’informazione erano parte integrante del lavoro.

Sandonnini contribuì inoltre, secondo la testimonianza di Peci, alla costruzione a Firenze di spazi di ascolto rivolti tanto alle persone con HIV quanto a chi affrontava difficoltà legate all’orientamento sessuale o all’identità di genere.

Una memoria lesbica che rischia di scomparire

La sua storia permette di recuperare anche una parte della memoria lesbica italiana spesso meno raccontata.

Sandonnini attraversò contemporaneamente femminismo, separatismo lesbico, costruzione del movimento gay e lesbico unitario e mobilitazione contro l’AIDS. Partecipò inoltre all’esperienza della rivista Quir, alla quale collaborò occupandosi anche di temi legati alla salute.

Proprio il rischio dell’oblio è uno degli elementi più forti nel ricordo di Nina Peci.

L’ex compagna e amica ha sottolineato quanto poco una parte delle generazioni più giovani conosca oggi il contributo di persone che, quando diritti e servizi erano ancora quasi inesistenti, costruirono reti di informazione, assistenza e solidarietà.

Ricordare Sandonnini significa quindi ricostruire una genealogia: capire che molte pratiche oggi considerate normali sono il risultato di battaglie condotte da persone che lavoravano spesso senza visibilità e con pochissimi strumenti.

Una famiglia scelta accanto a lei fino alla fine

C’è poi un altro elemento della vicenda che parla direttamente alla storia delle comunità LGBTQIA+: quello della famiglia scelta.

Nina Peci ha raccontato che, dopo la fine della loro relazione sentimentale, il rapporto con Sandonnini si trasformò in una profonda amicizia durata per decenni. Negli ultimi giorni della sua vita, una rete di amiche si sarebbe organizzata per essere costantemente presente accanto a lei in ospedale.

È un’esperienza familiare a moltissime persone LGBTQIA+, per le quali la rete primaria di cura, sostegno e appartenenza non coincide necessariamente con la famiglia biologica.

Ed è proprio dopo la morte di Sandonnini che questa dimensione privata ha assunto anche un significato pubblico.

Le ultime volontà e il tema del riconoscimento degli affetti

Radio Pride ha riportato la testimonianza di Peci sulle difficoltà incontrate nel tentativo di far rispettare alcune volontà espresse da Sandonnini, che non aveva familiari o eredi diretti.

Secondo il racconto dell’amica, Sandonnini avrebbe desiderato la cremazione, ma questa volontà non sarebbe stata formalizzata per iscritto; Peci ha raccontato di essersi quindi rivolta a un notaio e successivamente alle istituzioni locali per comprendere come procedere.

Si tratta, è importante sottolinearlo, di una testimonianza personale. Le fonti disponibili non permettono di ricostruire in modo completo la documentazione esistente né di formulare conclusioni definitive sul piano giuridico.

Il caso solleva però una questione concreta e più ampia: quale riconoscimento viene dato alle persone affettivamente più vicine quando non esiste un legame familiare formalmente riconosciuto?

Per molte persone LGBTQIA+ la risposta passa proprio dalle famiglie scelte, reti costruite attraverso anni di relazioni, assistenza e cura che possono avere un significato affettivo enorme pur senza coincidere con le categorie tradizionali della parentela.

Il ricordo di Franco Grillini

Nel ricordare Sandonnini, Franco Grillini ha sottolineato soprattutto la sua competenza nel campo della comunicazione scientifica sull’AIDS e il ruolo avuto nella nascita del progetto del camper.

I due condivisero gli anni più difficili dell’emergenza HIV, quando il movimento LGBTQIA+ si trovò a fare i conti contemporaneamente con una crisi sanitaria devastante, la discriminazione e la necessità di ottenere informazioni scientificamente corrette.

La loro storia incrocia anche la VII Conferenza internazionale sull’AIDS, tenuta a Firenze nel giugno 1991, uno dei momenti simbolicamente più importanti di quella stagione.

Ricordare chi ha aperto la strada

La morte di Mirella Sandonnini non è soltanto la scomparsa di una protagonista dell’attivismo LGBTQIA+ italiano.

È anche un’occasione per interrogarsi su come viene conservata la memoria dei movimenti.

Molti diritti, servizi e strumenti di prevenzione che oggi appaiono acquisiti sono nati dal lavoro di persone che distribuivano informazioni quando parlare apertamente di HIV significava sfidare stigma e paura, che costruivano consultori quando mancavano strutture specifiche e che cercavano alleanze quando le diverse anime del movimento erano ancora distanti.

Raccontare Mirella Sandonnini significa restituire un nome a quella storia.

Una storia fatta di femminismo, militanza lesbica, salute pubblica, educazione sessuale e relazioni capaci di sopravvivere alle definizioni tradizionali di famiglia.

E significa ricordare che la prevenzione dell’HIV, prima di diventare una politica sanitaria, è stata anche una battaglia culturale: una battaglia per il diritto delle persone a conoscere, scegliere e proteggersi senza vergogna.

Mirella Sandonnini
1956–2026
Psicoterapeuta, attivista lesbica e figura della segreteria nazionale di Arcigay tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta. Morì il 19 agosto 2026 a 70 anni. Il luogo esatto del decesso non risulta specificato dalle fonti consultate.

Un’eventuale commemorazione al Cassero di Bologna è stata prospettata da Nina Peci e Franco Grillini, ma nelle fonti disponibili non risulta ancora annunciata come appuntamento ufficialmente fissato.

 

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